Ecco perché l’Europa non è e non sarà più unita dopo la crisi. C’è lo zampino della Germania

Si sta affievolendo il tentativo europeo di garantire una sopravvivenza duratura alla moneta unica attraverso una più profonda unione politica. Il vertice dell’Unione europea cominciato ieri avrebbe dovuto preparare il terreno per un più stretto coordinamento delle politiche economiche, ma ora sono attesi progressi minimi. Molti funzionari europei dicono che stanno perdendo la speranza di istituire entro l’anno prossimo i principi elementari di un governo comune per i 17 paesi che usano l’euro, come una politica di spesa condivisa, prestiti e sostegno delle banche e dei correntisti. di Marcus Walker e Gabriele Steinhauser *
25 OTT 13
Ultimo aggiornamento: 13:19 | 16 AGO 20
Immagine di Ecco perché l’Europa non è e non sarà più unita dopo la crisi. C’è lo zampino della Germania
Si sta affievolendo il tentativo europeo di garantire una sopravvivenza duratura alla moneta unica attraverso una più profonda unione politica. Il vertice dell’Unione europea cominciato ieri avrebbe dovuto preparare il terreno per un più stretto coordinamento delle politiche economiche, ma ora sono attesi progressi minimi. Molti funzionari europei dicono che stanno perdendo la speranza di istituire entro l’anno prossimo i principi elementari di un governo comune per i 17 paesi che usano l’euro, come una politica di spesa condivisa, prestiti e sostegno delle banche e dei correntisti.
La Germania capeggia la resistenza. Il mese scorso, a Vilnius, in Lituania, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha orchestrato l’insurrezione contro una proposta che avrebbe permesso ai funzionari europei di decidere quando le banche dell’Eurozona dovrebbero essere chiuse o ristrutturate. La proposta faceva parte del progetto di “unione bancaria” nel quale l’Europa nel suo complesso dovrebbe fornire sostegno ai suoi istituti di credito. Molti paesi approvano l’idea perché questo allevierebbe la pressione sui paesi più deboli che non sono in grado di sostenere i propri istituti da soli. Ma i diplomatici tedeschi vedono alcuni elementi dell’unione bancaria come un via libera per gli euroburocrati al dispendio dei soldi della Germania per soccorrere le banche di Irlanda e Spagna.
A Vilnius Schäuble ha radunato una coalizione per bloccare la proposta, reclutando alcuni paesi membri dell’Unione europea come la Gran Bretagna che non usa l’euro e non vuole concedere più poteri a Bruxelles.
La ricerca di un’unione più profonda è nata l’anno scorso quando il panico sui mercati finanziari europei era al suo massimo, e quando si è diffuso il timore che l’euro potesse collassare. La crisi ha dimostrato che condividere una sola moneta tra 17 paesi con politiche separate è una formula instabile.
Anche se da allora i mercati si sono calmati, l’Eurozona è in difficoltà per via del suo debito, della disoccupazione e di un sistema bancario debole, specialmente nei paesi del sud. I paesi europei hanno già fatto alcuni passi avanti per rafforzare l’unione monetaria, istituendo un fondo di salvataggio permanente, nuove regole per prevenire il lassismo fiscale e una Banca centrale europea capace di stabilizzare il mercato obbligazionario e che presto vigilerà sulle grandi banche dell’area.
Chi sostiene che l’Eurozona abbia bisogno di un’integrazione ancora più stretta pensa che dovrebbe attingere al federalismo americano prendendone ad esempio alcuni elementi. Diverse proposte riflettono l’idea che l’Eurozona debba parzialmente imitare gli Stati Uniti, dove il dollaro funziona bene in tutti gli stati in parte perché bilanci fiscali, obbligazioni, sorveglianza finanziaria e protezione dei risparmiatori sono condivisi a livello nazionale. Jörg Asmussen, membro tedesco del comitato esecutivo della Banca centrale europea, dice che la crisi del debito ha mostrato che l’unione monetaria non era completa: “Se non finiamo di realizzarla, rimarremo vulnerabili agli choc”, ha detto. Nel corso dell’ultimo anno, però, la temperie politica è cambiata. Interviste a oltre una dozzina di funzionari di tutta Europa fanno capire che i piani per una maggiore integrazione si sono incagliati in concomitanza con la ritrovata quiete sui mercati e i principali centri di potere, inclusi Berlino, Bruxelles e Parigi, covano reciproche diffidenze.
La spinta per costruire una unione monetaria più stabile è nata durante una cena del maggio del 2012, quando i leader dei paesi europei hanno incaricato i vertici dell’Ue di mettere a punto un piano. A guidare tale sforzo è stato il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, conservatore belga e compositore di haiku nel tempo libero. In quei mesi una fuga massiccia di capitali dall’Italia e dalla Spagna stava minacciando di distruggere l’euro. Gli analisti su entrambe le sponde dell’Atlantico dicevano che l’Eurozona aveva bisogno di un “momento Alexander Hamilton”, in riferimento alla mossa del segretario del Tesoro americano che nel 1790 si fece carico dei debiti degli stati, cosa che rese gli Stati Uniti un’unione politicamente ed economicamente più profonda.
Nell’estate del 2012, Van Rompuy e i suoi colleghi svilupparono una proposta che rifletteva le idee di molti economisti in America e in Europa. Per andare avanti, dicevano i funzionari europei, l’Eurozona aveva bisogno di un budget unitario, o “fiscal capacity”, che avrebbe aiutato a proteggere i paesi colpiti dalla crisi, per esempio finanziando i costi crescenti dei sussidi di disoccupazione. Questo budget sarebbe stato finanziato da bond emessi dall’Eurozona nel suo complesso. Il gruppo diretto da Van Rompuy aveva proposto anche l’unione bancaria, con una rete di salvataggio comune per le banche colpite, e un’assicurazione dei depositi a livello federale. Aveva invocato una maggiore omogeneità tra le politiche economiche dei paesi dell’euro e aveva detto che le rafforzate autorità centrali avrebbero dovuto essere elettive.
A fine giugno i federalisti europei ebbero la loro prima grande vittoria: il cancelliere tedesco Angela Merkel diede il suo assenso a usare la forza finanziaria dell’Eurozona per salvare le banche in difficoltà, alleviando la pressione sulle nazioni a corto di denaro di fronte alla crisi bancaria. In compenso, si trovò il consenso per unificare la supervisione sugli istituti di credito.
In autunno, la promessa della Banca centrale europea di intervenire massicciamente sul mercato dei bond aveva calmato il panico dei mercati finanziari. La mossa fece guadagnare ai governi tempo prezioso per raddrizzare i problemi dell’euro. Ma ridusse anche la pressione per adottare misure politicamente impopolari. Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco, combatté per annacquare l’unione bancaria cui Merkel aveva dato l’assenso a giugno sotto la pressione di Francia, Italia e Spagna. Questi tre paesi videro la loro “vittoria sul campo” fiaccata dagli “attacchi di guerriglia” condotti dalla Germania, ha detto un alto funzionario italiano. Uno di questi incidenti è capitato a settembre, quando Schäuble si incontrò con i suoi colleghi finlandese e olandese in una tenuta di campagna fuori Helsinki. Senza consultare gli altri membri dell’Eurozona, i tre ministri delle Finanze diramarono un comunicato che diceva: “I debiti bancari precedenti alla centralizzazione della vigilanza bancaria (legacy assets) dovrebbero rimanere sotto la responsabilità delle autorità nazionali”. Era il rifiuto di pagare per rimettere in sesto le banche del sud Europa.
Uno dei momenti di svolta per l’unione fiscale fu un summit tenuto lo scorso dicembre a Bruxelles. Prima di recarsi all’incontro, Merkel descrisse il report di Van Rompuy – che avrebbe dovuto essere la pietra miliare del futuro dell’euro – come un mero “documento secondario”. Al suo arrivo, Merkel rifiutò il budget comunitario dell’Eurozona proposto da Van Rompuy. Secondo i testimoni che assistettero all’incontro, Merkel disse che era pronta a offrire piccoli finanziamenti per le riforme economiche, ma non per sussidi di disoccupazione a livello europeo o stimoli al consumo per combattere la recessione. La Germania aveva mostrato già abbastanza “solidarietà” appoggiando il Fondo di salvataggio europeo, disse ai suoi colleghi durante la cena.
Van Rompuy pensava di poter contare almeno sull’appoggio francese. Alcuni segnali da Parigi lo avevano indotto a credere che il presidente François Hollande lo avrebbe aiutato a spingere Merkel verso una posizione più conciliante, dicono testimoni che conoscono il caso. Ma quando Van Rompuy cercò il sostegno francese, Hollande restò in silenzio, dicono i testimoni. Gli altri funzionari europei rimasero basiti. I funzionari francesi dicono che Hollande aveva ritenuto che l’unione fiscale fosse un obiettivo realistico solo a lungo termine.
Nel corso di quest’anno, Merkel ha cambiato i toni sull’“unione politica” che aveva invocato nel 2012. Il persistere della crisi economica ha reso invise all’opinione pubblica istituzioni dell’Unione come la Commissione europea, l’organo esecutivo. La Germania, il membro più potente dell’Eurozona, ha ritenuto la Commissione troppo propensa a spendere i soldi dei tedeschi e poco sollecita nei confronti dei paesi dell’Europa del sud. Merkel ha indietreggiato di fronte a una riscrittura complessiva dei trattati europei, spingendo invece per cambiamenti limitati che favorissero controlli più stretti sulla politica economica. Questa estate ha detto di essere contraria ad aumentare i diritti per la Commissione o per il Parlamento europeo. I funzionari tedeschi hanno iniziato a parlare della possibilità di riprendersi alcuni poteri dalle istituzioni dell’Unione.
La divisione tra Berlino e la maggioranza dell’Eurozona si è resa evidente a Bruxelles la mattina del 3 ottobre, quando gli “sherpa” dei leader europei si sono riuniti per preparare il vertice di questa settimana. Il consigliere di Merkel sull’Europa, Nikolaus Meyer-Landrut, ha sostenuto che ogni successivo passo verso l’integrazione avrebbe dovuto riguardare obiettivi di piccola portata: rafforzare una disciplina più rigida nelle politiche economiche dei paesi membri per migliorare la loro competitività. Ha proposto che i leader europei al meeting concordino su una serie di indicatori, come l’aumento del costo del lavoro, che segnalino quando l’economia di un paese sta uscendo dal tracciato. Ha detto inoltre che i governi nazionali dovrebbero firmare promesse vincolanti sulle revisioni economiche che i leader dell’Unione dovrebbero monitorare.
La proposta tedesca non ha trovato sostenitori. Lo sherpa del presidente francese, Philippe Leglise-Costa, ha detto che l’incontro non si dovrebbe concentrare soltanto sulla competitività e che il monitoraggio sulle performance dei paesi membri dovrebbe anche includere la “coesione sociale”. Altri paesi, nel frattempo, hanno insistito che ogni ulteriore politica di controllo economico dovrà essere accompagnata da incentivi finanziari. I paesi dell’Europa del sud erano interessati solo ai soldi della Germania, ha detto un delegato dell’Europa del nord dopo il meeting del 3 ottobre. “Avevano il segno dei dollari nelle pupille”, ha detto. Un delegato dell’Europa del sud, nel frattempo, ha detto che Berlino vuole che l’unità dell’Europa sia basata solo sulla disciplina e sui controlli, chiamati dal funzionario “politicamente ed economicamente insostenibili”.
Guntram Wolff, direttore del think tank di Bruxelles Bruegel, dice che su una lunga serie di temi “la Germania è sempre più convinta che dovremmo tornare a un modello in cui ciascun paese è responsabile per sé”. Senza un’unione fiscale, politica e bancaria, dice, “avremo un euro che sopravvive, ma non uno che funziona bene”.
di Marcus Walker e Gabriele Steinhauser

*Marcus Walker è direttore della sezione economica europea del Wall Street Journal;
Gabriele Steinhauser è reporter per il Wall Street Journal da Bruxelles

Copyright Wall Street Journal
per gentile concessione
di MF/Milano Finanza